Nottingham Guardian - Democratici verso il 2028: Ossoff e Talarico salgono nei primi sondaggi

Democratici verso il 2028: Ossoff e Talarico salgono nei primi sondaggi
Democratici verso il 2028: Ossoff e Talarico salgono nei primi sondaggi

Democratici verso il 2028: Ossoff e Talarico salgono nei primi sondaggi

Le vittorie di Jon Ossoff e James Talarico cambiano il quadro dei possibili candidati democratici alla Casa Bianca nel 2028.

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Le vittorie di Jon Ossoff e James Talarico cambiano il quadro dei possibili candidati democratici alla Casa Bianca nel 2028.

E ora si apre la partita per la corsa alla Casa Bianca: chi sfiderà i repubblicani? La vittoria dei democratici alle midterm 2026 non cambia soltanto gli equilibri al Congresso e i rapporti di forza con Donald Trump. A poco più di due anni dalle prossime elezioni presidenziali, il risultato del 3 novembre ridisegna anche gli scenari in vista delle primarie del 2028.

Il partito esce dalla notte elettorale con una nuova maggioranza parlamentare, una serie di successi in Stati tradizionalmente repubblicani e soprattutto nuovi protagonisti pronti a contendersi la leadership. Due nomi, più di tutti, sono destinati a guadagnare visibilità: Jon Ossoff e James Talarico. Il primo ha conquistato la rielezione in Georgia, confermandosi uno dei volti più riconoscibili della nuova generazione democratica.

Il secondo ha compiuto un'impresa ancora più sorprendente, strappando ai repubblicani il seggio del Texas e battendo Ken Paxton. Una vittoria che riporta i democratici al successo in una competizione statale texana dopo oltre trent'anni. Entrambi hanno un profilo diverso rispetto ai leader tradizionali del partito e possono intercettare la richiesta di rinnovamento emersa dopo la sconfitta del 2024.

I sondaggi: Ossof e Talarico, i nuovi protagonisti Dem Ossoff è già entrato nella partita dei sondaggi. Secondo la media di PollCheck, il senatore della Georgia raccoglie il 10,1% delle preferenze, con una crescita di 2,2 punti nell'ultimo mese. Il risultato elettorale potrebbe rafforzarne ulteriormente la notorietà nazionale, anche se il diretto interessato ha finora escluso di voler correre per la Casa Bianca e ha promesso di servire l'intero mandato senatoriale.

Per Talarico, invece, la partita comincia adesso. Il suo nome non è ancora stabilmente presente nelle rilevazioni nazionali sui possibili candidati democratici, ma la vittoria in Texas lo trasforma in una figura di interesse nazionale. A 37 anni, ex insegnante e seminarista presbiteriano, ha costruito la campagna su lotta alla corruzione, costo della vita e superamento delle divisioni politiche e culturali.

Un messaggio che potrebbe trovare spazio nel dibattito sul futuro del Partito democratico. Kamala Harris perde consensi La classifica dei sondaggi continua a essere guidata da Kamala Harris. L'ex vicepresidente raccoglie il 23,6% nella media PollCheck, ma nell'ultimo mese ha perso 5,1 punti.

Alle sue spalle c'è Gavin Newsom, governatore della California, con il 14,1%, anche lui in calo. La sua campagna elettorale nelle midterm, con numerosi interventi a sostegno dei candidati democratici in giro per il Paese, ha contribuito a consolidarne il profilo nazionale, ma non si è tradotta finora in una crescita nei rilevamenti. Tra i nomi in ascesa ci sono invece Alexandria Ocasio-Cortez e Pete Buttigieg.

La deputata di New York raggiunge il 12,1%, guadagnando 2,6 punti in un mese, mentre l'ex segretario ai Trasporti arriva al 12,4%. Entrambi potrebbero beneficiare della discussione sulla direzione che il partito dovrà prendere dopo la vittoria elettorale. Una parte dei Dem chiede un'agenda più progressista, mentre un'altra punta sulla capacità di conquistare gli elettori moderati e indipendenti.

La nuova mappa democratica Le midterm hanno rafforzato anche diversi governatori che potrebbero entrare nella partita presidenziale. Josh Shapiro ha ottenuto una nuova vittoria in Pennsylvania, confermando la propria capacità di conquistare uno Stato decisivo per le elezioni presidenziali. Andy Beshear, governatore del Kentucky e presidente della Democratic Governors Association, può invece rivendicare il successo di una strategia che ha portato il partito a conquistare nuove amministrazioni statali.

Le vittorie di Gina Hinojosa in Texas, Keisha Lance Bottoms in Georgia, Amy Acton in Ohio e Rob Sand in Iowa mostrano quanto sia cambiata la geografia politica della notte elettorale. Non tutti questi governatori sono candidati naturali alla Casa Bianca, ma il loro successo contribuisce a ridisegnare la classe dirigente democratica. La corsa del 2028 è ancora lunga e nessuno dei principali protagonisti ha formalizzato una candidatura.

Ma il risultato delle midterm ha aperto una nuova fase. E i repubblicani? Sul fronte repubblicano, invece, la questione centrale è la successione di Donald Trump.

Il nome in testa alla corsa per il 2028 è quello del vicepresidente JD Vance, che raccoglie il 37,4% nella media PollCheck. Alle sue spalle si sta però rafforzando Marco Rubio: il segretario di Stato è salito al 25%, guadagnando 7,3 punti nell'ultimo mese. Più distanti Donald Trump Jr.

, al 10%, e il governatore della Florida Ron DeSantis, al 7,9%. La partita ruota attorno a una domanda: chi riuscirà a raccogliere l'eredità politica del presidente? Vance è il candidato più vicino al movimento Maga e può contare sulla posizione di vicepresidente, mentre Rubio potrebbe rappresentare una continuità più istituzionale con l'attuale amministrazione.

C'è però un dettaglio da non trascurare e che mette a rischio le aspirazioni di Vance. L'ultimo vicepresidente in carica che ha tentato, senza successo, di ottenere la nomination presidenziale del suo partito è stato Alben W. Barkley nel 1952.

Da allora, Richard Nixon (1960), George H. W. Bush (1988), Al Gore (2000) e Kamala Harris (2024) hanno tutti ottenuto la nomination del loro partito come vicepresidenti in carica.

Ma i vicepresidenti in carica raramente vincono la presidenza. Solo quattro di loro sono stati eletti presidente, e solo uno negli ultimi 190 anni: George H. W.

Bush nel 1988. Essere in carica non conferisce un grande vantaggio ai vicepresidenti in carica. E questo i repubblicani lo sanno.

R.Ryan--NG